I dati sull’ occupazione americana di venerdì scorso, sono risultati ancora una volta positivi, i mercati hanno preso male la notizia, ripiegando subito verso il basso con lo S&P500 che ha chiuso la seduta con una perdita del 2,80%. Il meccanismo ed il motivo alla base di questo consueto pessimismo all’uscita dei dati Non Farm Payroll, è sempre lo stesso:
“a fronte di un mercato del lavoro in piena salute, c’è ancora più margine per politiche monetarie restrittive”
Si creano, in questo modo, i presupposti per aspettative di possibile rialzo tassi ancora più consistente rispetto alle precedenti attese, deprimendo ancora di più i prezzi di azioni e obbligazioni, con ulteriore rafforzamento del dollaro.
L’idea della FED di basare le strategie di politica monetaria sui risultati macro, porta con se un errore di fondo:
– i dati diffusi sono la fotografia del passato e gli effetti delle politiche restrittive si generano gradualmente e sono riscontrabili più avanti nel tempo –
Questo disallineamento temporale tra causa ed effetto, potrebbe portarci a constatare i primi effetti della recessione tra qualche mese (troppo tardi), e nonostante i dati ancora positivi, qualcosa sta cambiando ma non viene riportato dal calendario economico, che fornisce sistematicamente un quadro già passato.

LE DISTORSIONI DELLE POLITICHE MONETARIE
Dal 2009 ad oggi abbiamo assistito ad un estremo interventismo delle banche centrali, che hanno messo in campo politiche espansive consistenti tenendo prossimo allo zero il tasso d’interesse per lunghi periodi. Tutto è avvenuto nell’arco temporale che va dalla crisi dei mutui subprime fino allo scoppio della pandemia. Osservate il seguente grafico relativo al tasso FED:

Dal 2009 al 2017 tassi prossimi allo 0 hanno rappresentato uno stimolo alla crescita per l’economia reale e un incentivo bullish per i mercati finanziari. Lo stimolo monetario è stato interrotto successivamente per 2 anni con piccoli aumenti fino al raggiungimento di area dei 2,5% nel 2019. Da li ai primi mesi del 2020 con il Covid-19 è di nuovo sceso bruscamente mantenendosi prossimo allo 0 fino a tutto il 2021.
Dall’altra parte l’equity e le altre classi d’ investimento hanno beneficiato di questa massa monetaria dando origine ad una crescita dei prezzi che sembrava senza fine. Sto parlando di azioni, obbligazioni e criptovalute. Questa evidenza è chiaramente riscontrabile nei grafici che seguono:



Possiamo facilmente constatare che le banche centrali hanno messo in campo una espansione monetaria senza precedenti, con effetti su gran parte degli asset finanziari. Queste politiche, se da una parte hanno evitato recessioni e sostenuto i mercati, dall’altra hanno creato distorsioni e squilibri eccessivi sulle diverse classi d’investimento.
Il mercato obbligazionario è stato utilizzato dalle banche centrali, come strumento per immettere liquidità nel sistema economico e finanziario. I prezzi delle obbligazioni sono rimasti elevati a lungo, e la massa di liquidità “pompata” dalla FED si è orientata un po’ su tutti gli altri asset. I titoli di stato sono stati acquistati dalla banca centrale assicurando una controparte sempre disponibile all’ acquisto, mantenendo prezzi stabilmente elevati (di conseguenza rendimenti contenuti).
L’INFLAZIONE ECCESSIVA RICHIEDE UN RITORNO ALL’EQUILIBRIO
Con l’inizio del 2022, la FED ha dovuto prendere atto dell’inflazione da record, oramai consolidata, alimentata un po’ dalla ripresa post pandemica e dai problemi delle catene di approvvigionamento; molto dall’aumento delle materie prime causate dal conflitto in Ucraina. Una inflazione soprattutto “non transitoria” ma sistemica, perché provocata da un eccesso di liquidità derivante da 10 anni di stimoli monetari.
Dunque il 2021 segna la fine del ciclo rialzista dell’equity e da gennaio si inizia a vedere una inversione di tendenza che porterà a nuovi minimi (l’ultimo si è visto con la chiusura del mese di settembre, vedi S&P500).
La FEDERAL RESERVE e le altre banche centrali hanno iniziato la ritirata, provocando un’inversione di tendenza nella politica monetaria.
Questa brusca ma doverosa marcia indietro verso azioni di stimolo monetario, sta creando squilibri eccessivi sui mercati, a cominciare da quello obbligazionario. La mancanza di una controparte sistematicamente disponibile all’acquisto, ha spinto nel baratro l’obbligazionario.
Questo spiega il significativo drawdown dell’obbligazionario superiore a quello azionario, fenomeno quantomai raro, che non si vedeva dagli anni ’60. Di solito quando le azioni subiscono un deprezzamento il mercato obbligazionario funge da cuscinetto: per questo si parla di portafoglio bilanciato 60 – 40 come strumento di hedging naturale del sistema finanziario. Questo non sta avvenendo visto che le obbligazioni perdono in percentuale più delle azioni, per via delle eccezionali politiche restrittive messe in campo.
E allora si perde su tutti i fronti. L’imperativo per l’investitore di lungo periodo è RESISTERE!
RITIRATA DELLE BANCHE CENTRALI: MERCATO OBBLIGAZIONARIO SULL’ORLO DI UNA CRISI
La lotta all’inflazione di sicuro costituisce uno shock per i mercati: nei prossimi mesi si sgonfierà l’inflazione, ma anche i prezzi delle varie classi di investimento. Il venir meno del sostegno delle banche centrali, nonché della liquidità che gradualmente uscirà dai mercati segneranno la formazione di nuovi minimi per bond ed equity.
Il graduale ritorno all’equilibrio, ripristinerà le correlazioni naturali tra le diverse classi d’investimento.
La strada verso il “ciclo recessivo” ormai è segnata, la FED continuerà verso il rialzo dei tassi fino ad un certo punto. Quando si fermerà?
Da quanto annunciato nel meeting di Jackson Hole il FOMC dovrebbe regolarsi con i dati macro in uscita. Il raggiungimento del bottom del mercato obbligazionario, costituirà un importante segnale per gli investitori “long term”.
A livello di intermarket l’obbligazionario è il “sorvegliato speciale” perché è la prima classe di investimento che darà il segnale di bottom.

OBBLIGAZIONARIO: LA BUSSOLA PER L’EQUITY
Per capire le correlazioni tra i diversi strumenti finanziari, aiuta il concetto di vasi comunicanti. Le classi di investimento si muovono in modo armonico, hanno tra di loro correlazioni dirette e inverse, e tempi di assestamento diversi.
A questo proposito potremmo prendere spunto dai minimi del mercato obbligazionario per cercare il giusto timing di entrata sul mercato azionario.
Le serie storiche, ci riportano scenari in cui solitamente i minimi dei titoli obbligazionari hanno preceduto i bottom dell’equity. Ma quale è il motivo di questa tendenza alla base dell’inversione dei cicli?
Nel momento in cui cessano le politiche monetarie restrittive, l’inflazione comincia a diminuire ed i tassi delle obbligazioni sono abbastanza alti (anche se non raggiungono il tasso d’inflazione). Gli investitori iniziano a prendere consistenti posizioni sui bond. In questa fase il mercato obbligazionario viene considerato “attraente” perchè supportato dalle aspettative di inflazione in discesa e dai prezzi contenuti dei bond.
Questo fenomeno di ritrovato ottimismo sulle obbligazioni, attrae capitali dagli investitori che già gradualmente stavano liquidando le posizioni sull’equity, anch’esso in discesa.
Per rafforzare le posizioni sulle obbligazioni sempre più considerate “un buon affare”, molti operatori inizieranno ad incrementare l’accumulo, cercando il capitale necessario proprio dalla vendita dell’azionario. Ecco spiegata l’ultima gamba ribassista dell’equity dopo i bond.
Come premesso stiamo parlando di un fenomeno ricorrente, basato su dati statistici e di sicuro l’attuale scenario porta con se molte variabili che potrebbero apportare variazioni e sorprese conseguenti a ulteriori imprevisti e shock esogeni. Vedremo cosa ci riserverà il futuro.