“Si naviga a vista su un mare tempestoso”, questo è in estrema sintesi il mood dei mercati finanziari. Tante sono le incognite e soprattutto le contraddizioni che i prezzi degli strumenti finanziari stanno scontando in questo momento. In realtà tutto quello che sta accadendo ha un senso, e soprattutto una causa, ma occorre fare chiarezza su alcuni fondamentali macroeconomici e leading indicator che segnano la prossima evoluzione del ciclo economico.

Cominciamo dalla politica monetaria: la Federal Reserve ha messo a segno il 10° rialzo del tasso d’interesse spingendo al di sopra del 5% il costo del denaro dopo oltre un anno di rialzi consecutivi (da marzo 2022). Qui sorge la prima contraddizione, tra il Presidente della Banca Centrale Statunitense e gli operatori. J. Powell infatti ha assicurato nei suoi ultimi discorsi che non verrà ridotto il tasso d’interesse nell’anno in corso, per evitare episodi recidivi inflazionistici. Al contrario i “bond trader” continuano a prezzare tassi d’interesse che scontano aspettative di ribasso, addirittura di quasi un punto percentuale entro fine 2023? Questo fenomeno è riscontrabile dalla curva dei tassi americani a 2 anni. Avrà ragione Powell o il mercato?

L’inflazione ha rallentato la sua corsa (per la forte correzione dei prezzi delle materie prime), ma è ancora fonte di forti preoccupazioni e purtroppo molto lontana dai target, sia negli Stati Uniti che in Europa, soprattutto nel settore dei servizi. E così mentre in America quello della scorsa settimana dovrebbe essere l’ultimo rialzo, la BCE sostenuta dalla falsa convinzione liberista della “Lagarde” continuerà nei prossimi mesi a mettere a segno ulteriori aumenti, convinta dell’efficacia di questo strumento. Il pericolo di recessione è molto più alto in Europa che oltreoceano, senza considerare che attraverso una politica restrittiva tutto si ottiene tranne che un controllo dell’inflazione, soprattutto se questa deriva dall’onda lunga della fiammata dei prezzi delle materie prime. Termina così la corsa del dollaro, che in questi mesi messo a segno un forte apprezzamento a scapito dell’euro e anche del gold (vicino in questi giorni ai massimi storici).

Altro rilevante elemento di osservazione è la resilienza del mercato del lavoro americano. I record di occupazione di questi ultimi mesi, ci fanno tornare indietro agli anni ’60, e ancora non si vede un punto di svolta che lasci intravedere un rallentamento dell’occupazione, presagio di “softlanding” che rappresenterebbe lo scenario più auspicato per convergere nei prossimi trimestri verso una situazione di equilibrio dei prezzi e di crescita.
Le speranze di Powell, dopo anni di quantitative easing e mercati azionari “dopati” sono tutte riposte in una recessione soft che non comporti troppi sconvolgimenti e squilibri eccessivi per il settore creditizio. A questo proposito già da qualche settimana si sono aperte le crepe delle banche americane.
I fallimenti delle banche regionali, sono il segno della sofferenza dell’intero sistema del credito, fortemente stressato per essere passato da un eccesso all’altro della politica monetaria. La mancanza di differenziazione dei portafogli concentranti nei bond e soprattutto “il panico dei correntisti” hanno messo in grave crisi queste banche, scomodando la FED prima e J.P. Morgan poi per salvataggi che scongiurassero un pericoloso “contagio”.

Per completare il quadro a tinte fosche si aggiunge la questione del tetto del debito statunitense, che più che un impedimento concreto, rappresenta una diatriba politica tra democratici e repubblicani. La scadenza per i primi di giugno porterà sicuramente forti aumenti di volatilità nei mercati durante le prossime settimane.

Insomma nonostante le performance positive da inizio anno degli indici di borsa:
+ 6% S&P
+ 18,9% NASDAQ
sono fin troppi gli elementi che scoraggerebbero un acquisto dei titoli azionari, aumentando la confidenza verso una recessione, oramai da troppo tempo invocata, e già in parte presagita da alcuni indicatori, e atteggiamenti degli investitori.
Se allo scenario appena descritto, si aggiunge che la stagionalità non favorisce per niente i prossimi mesi, si rafforza sempre di più la convinzione che in questo momento è meglio “stare alla finestra” o come si dice in gergo finanziario “restare liquidi” pronti per cogliere le occasioni offerte dalla stagione degli sconti che verrà…

La recessione sarebbe quanto mai opportuna nei prossimi mesi, nonostante gli aspetti negativi, riporterebbe l’economia globale sulla retta via, dato che senza un “controllo dei prezzi” non può esistere una crescita duratura e sostenibile.
Inoltre un periodo prolungato di alti tassi d’interesse (così come la FED è intenzionata a sostenere), provocherebbe notevoli squilibri per l’indebitamento privato e sovrano, mettendo in seria difficoltà l’intero sistema bancario e finanziario.
Nonostante tutto anche in un periodo così confuso e caratterizzato da prospettive incerte, esistono buone occasioni d’ investimento per un portafoglio differenziato….il mercato non è fatto solo di azioni né tanto meno investire significa tutto e subito.
Esistono strumenti (snobbati dagli investitori più aggressivi) che stanno beneficiano fortemente dell’attuale contesto, e che per lungo tempo sono stati fortemente penalizzati dalle politiche monetarie espansive.