Recessione in arrivo…. minaccia o opportunità?

L’indice azionario S&P 500 è ufficialmente entrato nella fase “bear market”, con una perdita di oltre il 20% dai suoi massimi storici. Ma non solo il mercato azionario lascia presagire l’avvento di tempi difficili. Esistono una serie di parametri macroeconomici che statisticamente in determinati contesti, rappresentano il campanello di allarme di una probabile fase di rallentamento della crescita – recessione.

Uno di questi indicatori è costituito dal rapporto tra obbligazioni a breve termine rispetto a quelle a lungo. Quando gli investitori iniziano a prezzare maggiormente il rischio di breve, significa che nei mercati dominano paura e incertezza. I rendimenti delle obbligazioni a 2 anni americane (linea rossa) negli ultimi mesi hanno raggiunto e superato i bond a 10 anni (linea blu) come riportato nel grafico sottostante.

OBBLIGAZIONI 10Y e 2Y americane

Tutto torna, infatti anche il grafico settimanale dello S&P 500 in occasione della crisi del coronavirus, ha mostrato una pesante flessione, riportando nel grafico un taglio della media a 200 periodi. Questa debolezza si riscontra anche dall’allineamento del rendimento delle obbligazioni a 2 anni verso quello dei titoli a 10 anni, evidenziato a partire da inizio 2019 fino al picco della pandemia dei primi mesi del 2020. In questo momento abbiamo la stessa condizione sul mercato obbligazionario mentre l’indice S&P si sta approssimando verso la media a 200 sul grafico settimanale.

FUTURES S&P 500

Per completare il quadro, prendiamo in considerazione un altro parametro importante, il termometro della paura, ovvero il “FEAR & GREED INDEX” che si attesta sulla modalità “Extreme Fear”.

FEAR & GREED INDEX

Le pesanti vendite sull’azionario della scorsa settimana, e la calma piatta della giornata di ieri, in cui la FED si è mostrata ancora una volta aggressiva nella politica monetaria, con un rialzo del tasso d’interesse dello 0,75%, lasciano sospettare che le “balene di wall street” già sapessero; scontando una politica monetaria sempre più hawkish. Negli Stati Uniti a questo punto il tasso d’interesse si attesta a 1,75%, spuntando un rialzo considerevole rispetto agli ultimi mesi. Osservate il grafico che segue:

Stati Uniti – Decisione sul tasso d’interesse dei fondi FED (investing.com)

TASSO D’INTERESSE USA

L’azione della Banca Centrale degli Stati Uniti, in questo momento, è particolarmente incentrata a contenere l’inflazione, oramai conclamata e ai massimi da 40 anni.

I rischi di mercato sono molteplici in questo momento, e la loro concomitanza contribuisce in modo esponenziale a favorire un quadro di stagflazione sempre più probabile. Questi i rischi dell’economia statunitense, che rappresenta attualmente la motrice del ciclo economico, si possono così sintetizzare:

  1. La domanda di muti più bassa dal 2001
  2. La fiducia dei consumatori ai minimi
  3. Il debito delle carte di credito aumentato del 20% solo nel mese di aprile
  4. L’inflazione all’8,6% la più alta dal 1981 in America
  5. Il petrolio sopra i 110 dollari al barile
  6. I livelli di risparmi americani ai minimi

In questo quadro fosco, favorevole più ad un recessione che al proseguo della crescita economica, è comprensibile aspettarsi un calo della spesa delle famiglie, oltre alla riduzione degli investimenti delle imprese. Il consumatore medio infatti, è costretto a spendere meno per i “beni non necessari” visto che gran parte del proprio potere di acquisto, viene eroso dall’aumento dei prezzi per “beni essenziali” trainati dall’aumento del costo dell’energia e in particolare dal gas e petrolio.

La riduzione dei consumi innesca un’azione a cascata sull’intera economia, generando una riduzione della domanda, degli investimenti delle imprese e soprattutto un calo occupazionale; le imprese per far quadrare i conti licenziano personale dipendente. Inflazione, disoccupazione e rallentamento economico, sono fattori che concretamente stanno già scontando i mercati finanziari.  

Ma è davvero il caso di essere pessimisti su ciò che si sta prospettando?

Tutto dipende dalla nostra situazione reddituale e finanziaria, ma anche dal nostro profilo di rischio e soprattutto dal nostro atteggiamento. Per chi ha difficoltà ad arrivare alla fine del mese e non riesce a risparmiare, saranno purtroppo tempi non facili. La bella notizia è per chi ha dei risparmi da investire, o la possibilità di accantonare delle somme periodicamente, da destinare all’investimento di medio lungo periodo.

Contrariamente a quanto tendiamo a pensare, (la nostra testa ragiona in maniera contrapposta alle leggi dell’investitore intelligente) le recessioni sono i momenti migliori per investire. Una delle più significative citazioni dell’investitore intelligente Warren Buffet sull’avidità e sulla paura:

“Abbiate paura quando gli altri sono avidi, siate avidi quando gli altri hanno paura”

ci induce a pensare che questi periodi di “saldo” sul mercato azionario siano i momenti più opportuni per acquistare. Ovviamente bisogna rispettare delle regole e scegliere i “cavalli vincenti”, diversificando negli strumenti e nel tempo, senza pretendere di acquistare sui minimi. Anche la scelta degli asset deve essere ben ponderata, per creare un portafoglio equilibrato e ben strutturato con strumenti il più possibile decorrelati.

Fortunatamente i cicli recessivi non durano a lungo, e anche nei mercati finanziari le correzioni sono più brevi delle fasi rialziste. Ma in un certo senso è sempre opportuno avere dei cicli correttivi non troppo sporadici,  per non correre il rischio di alimentare una bolla speculativa che si autoalimenti, in quanto più è duratura la fase di euforia e più fa male la correzione (dot.com insegna).

Per concludere, la variabile chiave, sul  probabile incombente avvento di un ciclo recessivo, è costituita dal prezzo del petrolio e delle materie prime energetiche. Per evitare il peggio e avere un’inversione di tendenza dei mercati finanziari, è auspicabile una inversione del corso del prezzo degli energetici.

In questo modo si porrebbe fine all’attuale trend ascendete dell’inflazione determinandosi il c.d. PICCO INFLAZIONISTICO. Al verificarsi di questo picco, le banche centrali avrebbero finalmente la possibilità di mollare sulla stretta di politica monetaria (messa in atto negli ultimi mesi), riducendo di nuovo i tassi a favore di una nuova fase di crescita e ripresa dell’equity.       

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