Petrolio da -40 a 100: il flop della “clean energy”

Il mercato del petrolio è sotto la lente di tutti nelle ultime settimane, a seguito dei continui aumenti del prezzo del carburante. Insieme al gas naturale il greggio costituisce la principale causa degli ormai insostenibili rincari del settore energetico.

Due anni fa il petrolio aveva perso il ruolo di materia prima strategica, e in occasione dell’ avvento della pandemia , il prezzo raggiunse minimi storici inimmaginabili. In quella occasione, in particolare, durante la seduta del 20 aprile 2020 raggiunse la quotazione record di meno 40 dollari al barile.

Per la prima volta nella storia è accaduta una situazione paradossale

– possedere petrolio comportava costi superiori al prezzo di mercato della materia prima.

Questo scenario si è delineato a causa dell’eccessivo accumulo di scorte, che ha fatto seguito alle chiusure aziendali, al blocco del traffico aereo e automobilistico, dovute all’emergenza sanitaria. Il cigno nero della pandemia ha colto di sorpresa il mondo intero e in modo particolare i mercati finanziari. Così in un clima d’incertezza, causato dalla chiusura temporanea di tutte le attività, i consumi si sono fermati di colpo. La domanda di petrolio è crollata improvvisamente, spiazzando il mercato e tutta la filiera produttiva.

Con l’avvento del Covid-19, un po’ per dinamiche di mercato, un po’ per speculazione, il prezzo è crollato raggiungendo in via eccezionale il valore di -40 dollari in una seduta di contrattazioni che rimarrà nella storia.

La ragione di questo scenario va ricercata nello sbilanciamento dell’offerta sulla domanda. La produzione, in occasione del lock down, non è stata in grado di adeguarsi al drastico calo dei consumi; di conseguenza gli eccessi delle scorte accumulatesi hanno impegnato eccessivamente i siti di stoccaggio. La naturale conseguenza di questa situazione è stato l’aumento insostenibile dei costi di logistica, che si sono ripercossi in breve tempo sul costo della materia prima.   

Da quei giorni ad oggi il contesto è radicalmente cambiato. Le strategie di contenimento della produzione da una parte e le progressive riaperture delle attività dall’altra, hanno ribaltato la situazione, sbilanciando il mercato odierno nella direzione opposta. Il prezzo infatti è tornato sui livelli che non si registravano dal 2014: a un passo dalla soglia psicologica dei 100 dollari al barile.

I paesi produttori dopo le perdite conseguite durante il 2020, nel momento in cui la situazione si è normalizzata, hanno continuato a sostenere una produzione sottodimensionata rispetto alla domanda. Questa strategia di contenimento è stata attuata inizialmente con lo scopo di recuperare le perdite pregresse, mentre in un secondo momento si è trasformata in strumento di speculazione sul prezzo a favore dei profitti delle imprese estrattrici. Da quel momento la produzione non si è più riallineata ai consumi effettivi, creando un costante deficit di scorte, tutto a beneficio del prezzo della materia prima e degli utili delle aziende produttrici.

Trend WTI grafico settimanale

Questo breve excursus, costituisce il prologo necessario all’attuale scenario macroeconomico. Nei mercati finanziari ottimismo infondato e pessimismo ingiustificato possono portare il prezzo da un estremo all’altro senza alcuna ragionevole proporzione. E in questo caso il petrolio tra le materie prime è l’emblema e l’esempio concreto di questa estremizzazione del trend.

L’escalation della crisi geopolitica che stiamo vivendo, sta allontanando sempre di più il prezzo dal meccanismo della domanda e dell’offerta. Solitamente, sono i fondamentali a determinare il prezzo di mercato. Quando si insinuano variabili esogene, questo meccanismo si interrompe, ecco allora che la determinazione del prezzo si allontana dai fondamentali e diventa sempre più difficile interpretare gli swing di prezzo, che risultano più disordinati e casuali. In questi contesti aumenta la volatilità, e si perdono i riferimenti tecnici di ogni tipo: i mercati sono mossi dalle emozioni.

Vediamo nel dettaglio l’andamento delle ultime sedute:

  • Movimenti molto violenti al rialzo venerdì scorso. Fonti statunitensi davano per certa una invasione delle truppe russe in Ucraina, addirittura con una data certa (16 febbraio).
  • Lunedì è continuato il movimento bullish sfiorando i 96 dollari al barile.
  • Nei giorni successivi, il prezzo ha iniziato a scendere, sulla scia delle notizie che le truppe russe stavano rientrando alle basi.
Petrolio

Investire sul petrolio in questo contesto, appare molto complicato, a causa della eccessiva volatilità che mette continuamente in discussione qualsiasi livello tecnico.   Il mercato è molto emotivo e reagisce in maniera esagerata offrendo un eccessivo “premio al rischio”, per le cause geopolitiche che tutti conosciamo.

Se la questione Ucraina dovesse essere risolta diplomaticamente, il prezzo del petrolio tenderebbe a scendere in poco tempo. Potrebbe formarsi un pattern di prezzo simmetrico a quello rialzista precedente: non basato sui fondamentali, ma dettato dai “moods” di mercato.

In definitiva è meglio lavorare sui fondamentali, evitando di operare quando sono in corso questioni geopolitiche di questo tipo che interferiscono sui prezzi in modo disordinato.

Ma sarà possibile vedere il prezzo del greggio sui 100 dollari al barile nei prossimi mesi? 

Il petrolio è ancora fortemente rialzista per quanto riguarda i fondamentali, i margini di raffinazione sono molto alti così come i prezzi. E così in questo contesto le compagnie petrolifere si assicurano lauti profitti.

Introduciamo ora una variabile fondamentale che riguarda l’attuale atteggiamento della Cina. La Cina normalmente rilascia scorte in eccesso del petrolio estratto, e contrariamente a quanto fa di solito in questo momento le sta accumulando.

Le scorte accumulate dalla Cina, sono ovviamente di consistenza rilevante e per questo l’attuale atteggiamento tende a far esacerbare il movimento dei prezzi.

Cina

A contrapporsi agli effetti dell’atteggiamento del Gigante Asiatico, ci sono due elementi che potrebbero far scendere i prezzi del petrolio nel medio periodo:

1 La variabile Iran, per ora in stand by. Continuano infatti i colloqui sotto traccia con gli Stati Uniti; l’Iran è pronto ad immettere circa 3,6 milioni di barili al giorno sul mercato e questo farebbe sicuramente la differenza. L’impatto emotivo sui mercati ne amplificherebbe ancora di più il movimento ribassista.

2 Il secondo motivo potrebbe essere una recessione economica globale. Se i dati dovessero continuare su questa strada di altissima inflazione, nulla vieta che i prezzi diventino talmente alti, da creare un rallentamento dei consumi di energia da parte delle aziende. Ne scaturirebbero alcuni trimestri di recessione con conseguente diminuzione della domanda e dei prezzi delle materie prime.

Se non si verificheranno queste due condizioni o almeno una di esse, i 100 dollari al barile, saranno molto probabili. Soprattutto se consideriamo l’approssimarsi della stagione estiva. Siamo in un trimestre in cui si utilizza meno petrolio così come durante l’ultimo trimestre dell’anno. Tra qualche settimana iniziano gli stoccaggi per la bella stagione, e l’arrivo della “driving season” senza adeguamenti Opec continuerà a sostenere il mercato bullish.

Il problema è che l’Opec, prospetta da mesi aumenti della produzione per contenere il prezzo, ma le promesse del cartello vengono sistematicamente disattese. Tanto per fare un esempio a partire dal mese di dicembre era previsto un aumento di 400.000 barili al giorno. Nel mese di dicembre si sono registrati aumenti medi giornalieri di 166.000 ed a gennaio circa 200.000. Dati ampiamente sotto il target previsto nel programma.

L’Eia (dipartimento per l’energia americano) ha sbagliato sistematicamente le sue previsioni a partire dal 2020. Adesso si trova ad affrontare una situazione difficile, con una domanda sui massimi. E ancora non tutte le compagnie aeree stanno funzionando a pieno regime.  

Quindi se non si verificheranno gli scenario bearish sopra citati (Iran o recessione), il prezzo del petrolio potrebbe benissimo continuare la sua ascesa. Senza considerare l’impatto di variabili geopolitiche ed esogene impreviste, che sorprenderebbero ulteriormente i mercati finanziari.

Fino a qualche anno fa il mercato dei combustibili fossili sembrava oramai in fase di declino, a favore delle tanto decantate energie rinnovabili. A sorpresa, oggi constatiamo un contesto in cui tornano prepotentemente protagonisti tra le materie prime: il petrolio e il gas naturale.

Sembrava infatti che le nuove tecnologie, ci avrebbero consentito di abbandonare i combustibili tradizionali in poco tempo, ma così non è stato. Purtroppo il mercato aveva scontato troppo presto, questo atteggiamento, scoraggiando l’investimento delle aziende estrattrici e di raffinazione a scapito della quantità di greggio prodotta e quindi immessa sul mercato. Di questa situazione oggi ne stiamo pagando le conseguenze, in un contesto inflattivo fuori controllo.

Clean energy

Auto elettriche e “Clean Energy” sembravano “di moda” fino a qualche mese fa. Di contro il petrolio veniva considerato un combustibile obsoleto per il suo sfavorevole impatto ambientale. La transizione alle energie rinnovabili richiede tempo e ulteriori investimenti. Sono necessari studi e ricerche per migliorare tecnologie ed impieghi più efficaci.

L’attuale contesto tecnologico non è in grado di supportare la totale indipendenza dai combustibili tradizionali, come più volte si è auspicato per porre un freno alle conseguenze del surriscaldamento del pianeta. Questo concetto sta diventando sempre più chiaro ai responsabili dei governi.

La moderazione del processo di transizione alle energie rinnovabili, si sta facendo strada tra i leader politici. Tanto per fare un esempio, l’Unione Europea inizia a considerare “energia pulita” anche il natural gas e il nucleare (che a causa delle scorie, tanto pulita non sarebbe). Estremizzare l’uso di fonti rinnovabili e demonizzare a tutti i costi i combustibili tradizionali non porta da nessuna parte, anzi crea ulteriori squilibri al mercato.

Insomma avremo a che fare con i combustibili fossili, per tanti e tanti anni ancora. Le fonti energetiche tradizionali saranno affiancate sempre di più dalla “clean energy”. Ma il passaggio alle rinnovabili dovrà essere graduale e probabilmente non permetterà nell’immediato la completa indipendenza dai combustibili tradizionali.

Un pensiero su “Petrolio da -40 a 100: il flop della “clean energy”

  1. Gaetano Rispondi

    Grande Marco, sempre lucido e fluido il tuo modo di fare analisi fondamentali, un vero top..

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