FED FALCO A META’… SARA’ UN ALTRO 2008?

Gli eccessi della finanza di questi ultimi anni, stanno iniziando a mostrare i loro effetti negativi in questi giorni di grande incertezza sui mercati finanziari. Sono pesantissime le conseguenze di una politica monetaria squilibrata delle banche centrali, prima troppo espansiva (e per troppo tempo), ora troppo restrittiva e non più sostenibile dal sistema bancario, che ha già mostrato chiari segni di sofferenza.

Dal 7 marzo e dall’ultimo articolo pubblicato su questo blog lo scenario è stato completamente stravolto. Se prima si parlava di soft landing e di politiche monetarie ancora restrittive e per un periodo di tempo prolungato, ora il tema è: “scongiurare la crisi sistemica del settore bancario” per evitare una grave e duratura recessione. Nervosismo degli investitori, crolli dei corsi azionari delle banche, aumento della volatilità, fallimenti bancari e salvataggi, sono le parole chiave che nel giro di pochi giorni in questo mese hanno iniziato a comparire sui giornali. Al di là del susseguirsi dell’elenco delle banche in difficoltà e delle situazioni che le hanno “messe alla berlina”, quali fattori hanno favorito l’avvento di questo “cigno nero”, che sta facendo ruotare le preferenze degli investitori per asset difensivi e comunque lontani dal mondo della finanza fino a ieri alla ricerca di nuovi massimi?

C’è qualche punto in comune con la crisi finanziaria dei mutui subprime? Come mai dopo le numerose cautele adottate, dopo l’ultima crisi, ancora oggi si parla di rischio sistemico, e necessità di mettere in campo un salvagente per le banche per scongiurare un pericoloso contagio di fallimenti?

Le argomentazioni da prendere in considerazione sono molto ampie, ma per cercare di essere il più possibile concreti, analizziamo la banca più emblematica di questa crisi: la Silicon Valley Bank. Anche se parliamo di una banca californiana, molto lontano dal nostro mondo europeo, essa costituisce l’esempio per descrivere i fattori, che in questo momento stanno alimentando la sfiducia degli investitori e dei correntisti, determinando la fuga dei capitali e la rotazione degli asset in portafoglio, a scapito dei titoli finanziari.

SVB è la banca delle imprese hi-tech attualmente sotto la gestione della procedura fallimentare negli Stati Uniti, una banca regionale che finanziava start up innovative, sedicesima per capitalizzazione, quindi neanche troppo grande. L’innesco della crisi si è generato dai correntisti della banca, che hanno iniziato a ritirare i loro depositi, per investirli in strumenti più remunerativi, rivalutando la valida opzione dei titoli di stato americani.  I bond infatti in questo momento costituiscono l’alternativa meno rischiosa e più conveniente per il risparmiatore medio.  Da un giorno all’altro la banca si è trovata a corto di liquidità e per far fronte a questo imprevisto fabbisogno, ha ritenuto opportuno liquidare i propri investimenti obbligazionari per la maggior parte di origine statale, penalizzati nel prezzo di liquidazione dall’attuale rialzo dei tassi d’interesse.

La liquidazione del portafoglio obbligazionario di SVB, ha comportato pesanti perdite che hanno scatenato ulteriore panico tra i correntisti e azionisti, e il seguito lo abbiamo visto e letto sui giornali di questi giorni.

Il cuore del problema insomma risiede nella svalutazione del patrimonio mobiliare delle banche, paradossalmente costituito da “titoli sicuri” come le obbligazioni statali. Questo vale anche per le banche del vecchio continente. Ma allora perché si stanno verificando queste perdite penalizzanti in fase di liquidazione e soprattutto si sta diffondendo incertezza e pessimismo nel settore creditizio?

I continui rialzi dei tassi di interesse delle banche centrali, Fed in primis, hanno indotto il rialzo dei rendimenti delle obbligazioni. In questo modo le emissioni dei titoli di stato recenti sono state caratterizzate da rendimenti più elevati, causando una conseguente svalutazione del prezzo dei bond ricollocabili sul mercato secondario, di cui una rilevante quantità risulta in pancia alle banche come riserva. Così ad esempio se una banca aveva acquistato un anno fa un titolo di stato al valore nominale di 1 con un rendimento del 2%, oggi sul mercato quel titolo per recuperare il gap in rapporto alle nuove emissioni che garantiscono 5% si svaluta a 0,98. Se il titolo venisse tenuto fino al momento della sua naturale scadenza, non si riscontrerebbero perdite in conto capitale (soltanto una minore remunerazione rispetto alle attuali condizioni previste per quello strumento).

Il problema delle minusvalenze dei titoli obbligazionari, emerge nel momento in cui “per necessità” le banche si trovano a dover liquidare il portafoglio con lo scopo di reperire liquidità così come è avvenuto per SVB.

Il fabbisogno di liquidità delle banche, può rendere concrete le “potenziali perdite” derivanti dalle obbligazioni, come abbiamo potuto constatare. Per questo motivo in questi giorni le autorità si stanno attivando per infondere fiducia e rifinanziare le banche, al fine di scongiurare questo meccanismo di rischio sistemico molto pericoloso che è profondamente minacciato da una crisi di fiducia oramai diffusa e dilagante.

Sentiamo spesso questi annunci “le nostre banche sono sicure”, “non c’è motivo di preoccuparsi” “faremo tutto il possibile” “i vostri depositi sono garantiti…”

In realtà il rischio è concreto e tangibile, e questi appelli mirano ad evitare il “bank run”, la corsa allo sportello.

Il conto salato da pagare, per avere un sistema monetario liberista, svincolato dal gold standard e dollarocentrico, è caratterizzato da instabilità ed eccessi. Nel corso di questo primo ventennio alti e bassi hanno accompagnato i mercati finanziari, con conseguenze sull’economia reale che si riflettono negativamente piuttosto sui ceti deboli.

Insomma per farla breve d’ora in poi il problema non sarà più tanto l’inflazione, che a partire da questo mese, con la crisi del settore bancario, avrà sicuramente un forte contributo derivante dalla stretta creditizia che molto probabilmente deriverà da questa crisi di sfiducia.

Le banche infatti tenderanno a chiudere i rubinetti a famiglie e imprese, nel nome di una gestione più prudenziale e attenta a questi continui scossoni. Di conseguenza anche le banche centrali, dovranno aggiustare il tiro con un atteggiamento più morbido. La FED lo ha già fatto rialzando di solo un quarto di punto percentuale i tassi nell’ultimo meeting.

Mentre nel 2008 il problema erano i “titoli tossici” derivanti da mutuatari che acquistavano immobili in bolla a condizioni di tasso variabile, oggi il problema deriva dai titoli di stato (nonostante il buon rating), ma l’eccesso prima a 0 e ora oltre il 4% del tasso d’interesse, sta creando scompiglio e incertezza. Il panico è il peggior nemico per gli investitori e il sistema finanziario.

Venerdì scorso dopo Credit Suisse anche Deutsche Bank è entrata in crisi. Per la banca tedesca il problema sono state i credit default swap (le assicurazioni) sulle obbligazioni. Insomma lo scenario si sta spostando sempre di più verso la recessione, e il cosiddetto hard landing.

Un contesto in cui le banche centrali proveranno a sconfiggere l’inflazione, ma difficilmente riusciranno a scamparla dalla recessione. Questo scenario ha stimolato gli acquisti su alcune classi di investimento, tipiche di uno scenario “risk off” di recessione che vince l’inflazione. Su tutti gli asset spuntano oro, bond e l’indice dei tecnologici americani. Il Nasdaq infatti si sta rivelando uno degli indici più forti da inizio anno. Al contrario gli indici europei come il Dax e il Ftse mib stanno ritracciando, in considerazione della loro composizione di molti titoli finanziari.

Il tasso di rendimento dei bond statunitensi a 2 anni ha riscontrato un crollo consistente, evidenziato in armonia con gli altri asset presi in esame.

I titoli tecnologici sono quelli più penalizzati dal rialzo dei tassi. La crisi del sistema bancario del momento, fa ben sperare su futuri allentamenti monetari: per questo motivo il settore growth in queste ultime settimane sta rialzando la testa.

Gli attuali scossoni, ma soprattutto le aspettative sui tassi americani, stanno dimostrando come il mercato sconti un atteggiamento meno falco, strizzando l’occhio a possibili inversioni anche nel corso dell’anno (ipotesi che fino a tre settimane fa sembrava completamente fuori luogo).

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