Il capitalismo vive, si riproduce, si alimenta e soprattutto si trasforma attraverso il susseguirsi di “CRISI PILOTATE”, derivanti in parte da shock esogeni e in parte da azioni e politiche economiche messe in campo da governi e banche centrali. I mercati finanziari e l’economia reale, evolvono in un ciclo continuo che vive diverse fasi, che si alternano nel tempo secondo un ritmo CICLICO. In ogni fase emergono ASSET e VARIABILI MACRO che scandiscono e definiscono contesti in cui ogni settore – classe di investimento può performare più o meno bene. Per questo nell’attività di investimento è opportuno individuare con adeguato anticipo quali sono i “protagonisti del momento”, per potere beneficiare appieno delle opportunità offerte dai mercati finanziari.

Le crisi economiche più o meno importanti, costituiscono sempre un punto di svolta, una occasione di rinnovamento e il più delle volte rappresentano la primavera di un nuovo modello di sviluppo o cambio di “paradigma” – “stile di vita” (la pandemia ad esempio ha messo in crisi il mercato petrolifero portando il prezzo del petrolio a valori prossimi allo 0 in aprile 2020, e allo stesso tempo ha contribuito alla diffusione dello “smart working”). Possiamo quindi definire le crisi come delle “DISTRUZIONI CREATIVE”: si distruggono risorse, si determinano squilibri, si accendono tensioni politiche e sociali, ma soprattutto si determina un importante cambiamento.

Il processo di cambiamento apportato da questi “drammatici momenti di rottura” contribuisce ad eliminare tutti quegli elementi non più compatibili con il NUOVO MODELLO DI SVILUPPO ECONOMICO; in questo modo scompaiono dalla circolazione:
- Processi produttivi obsoleti.
- Equilibri di mercato non più praticabili.
- Classi sociali non più funzionali alle esigenze di mercato.
In prima apparenza c’è un “fattore scatenante” della crisi, ma in concreto, molte sono le leve del potere istituzionale che artatamente riesce a modellare il “prossimo modello di sviluppo” con un ingente prezzo da pagare per le classi sociali meno agiate.
Appaiono coerenti con questa logica evolutiva del capitalismo:
- Le sempre più diffuse diseguaglianze sociali.
- La precarietà del lavoro.
- La disoccupazione diffusa.
- L’impoverimento delle risorse destinate al Welfare.
- La scomparsa del ceto medio.
- La diffusione di redditi di sostegno per sopperire alla mancanza di lavoro per i soggetti più “svantaggiati”.
A suonare il campanello di allarme, denunciando una vera e propria CRISI DEL CAPITALISMO MODERNO è JACQUES DE LAROSIERE ex Governatore della Banca di Francia. In una intervista di Beda Romano pubblicata sul Sole 24 Ore di qualche settimana fa, l’autorevole ex banchiere, mette in risalto i fattori che dovrebbero indurci a riflettere, comparando l’attuale scenario, con quello di qualche decennio fa in cui ha avuto occasione di ricoprire ruoli chiave nell’ambito della finanza internazionale.

Direttore del Tesoro, Direttore Generale del Fondo Monetario Internazionale, Governatore della Banca di Francia, Presidente della Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo: queste le cariche più rilevanti ricoperte nella pluriennale carriera di Jacques De Larosiere.
L’autore in un libro di poco più di 100 pagine intitolato “En finir avec le règne de l’illusione financiere”:
- Denuncia la deriva della finanza.
- Proclama la crisi del capitalismo.
- Ammonisce sui rischi per la democrazia.
Il più grave problema economico messo in evidenza è l’ACCUMULO DEL DEBITO GLOBALE, divenuto oramai insostenibile, più che triplicato dal 1970 ad oggi nel suo valore rispetto al PIL prodotto. L’ indebitamento illimitato sta diventando il nuovo “pericoloso paradigma” alimentato dalla illusione di bassi tassi d’interesse, che non possono durare troppo a lungo. L’abbandono della disciplina monetaria rappresentata da Bretton Woods, sta portando alla deriva l’equilibrio tra crescita del debito e crescita economica.

In questo quadro di bassa crescita e di elevato debito, per nulla confortante, molti sono i pericoli:
- Un eccessivo accumulo di credito, tende a diminuirne la qualità.
- Un periodo di bassi tassi d’interesse non può durare troppo a lungo, poiché causa inflazione.
- Un basso costo del denaro non stimola riforme impegnative risolutive di problemi.
- I governanti vivono in una continua ansia di inversione dei mercati finanziari.
E’ proprio l’ultimo punto, il più dannoso di tutti, poiché concentra l’attenzione sull’economia finanziaria piuttosto che su quella reale, contribuendo alla valorizzazione degli attivi finanziari a fronte di una economia a dir poco “stagnante” negli ultimi 20 anni. Insomma la finanza è prioritaria su tutto:
- Lavoro
- Produzione
- Benessere diffuso
Pur di evitare il peggio i banchieri asserviti alla politica, si sono impegnati a contenere il tasso d’interesse e hanno acquistato titoli di stato. Questo meccanismo ha immesso liquidità nel sistema che inevitabilmente si è riversata nella valorizzazione degli asset finanziari. Una torta da spartire in pochi, che ha fatto mettere da parte ogni preoccupazione su crescita economica e lavoro.
Greenspan – Bernanke – Draghi hanno concretamente evitato recessioni, ma di fatto hanno perpetuato il vizio e consolidato l’azzardo morale degli investitori.

La socializzazione del rischio ha aumentato il divario e le disuguaglianze tra le classi sociali.
Secondo il Banchiere francese, tassi prossimi allo zero per lungo tempo, hanno indotto a gli investitori a mantenere il risparmio liquido, investendo esclusivamente in azioni di società quotate. “There is no alterantive” è il mantra che ha spinto gli indici azionari sui nuovi massimi a fine 2021. Il denaro invece di finanziare l’economia reale e l’imprenditoria, è stato impiegato nella speculazione finanziaria fine a sé stessa portando alcune categorie di investimenti in spaventose bolle: vedi Nasdaq e Criptovalute nei mesi post pandemici.
La valorizzazione finanziaria, non ha nulla di concreto e in grado di sostenere il benessere e lo sviluppo economico e sociale; può essere considerata come una creazione di ricchezza:
- Illusoria
- Superficiale
- Reversibile
- Riservata a banche istituzioni e alcune ristrette categorie di investitori (solo il 10% delle categorie più agiate della popolazione)
In questo contesto il capitalismo non ha più futuro e se si persevera in questo atteggiamento, viene messo in serio pericolo.
Il nuovo paradigma non ci aiuterà a risolvere i problemi economico sociali globali che si prospettano all’orizzonte:
- Invecchiamento e incremento demografico
- Transizione energetica
Possiamo così contrappore alla RIVOLUZIONE INDUSTRIALE, la RIVOLUZIONE AMBIENTALE. In questa radicale trasformazione, non sono previste nuove risorse o nuovi prodotti. Il cambiamento radicale coinvolgerà principalmente il processo di produzione di energia:
Sostituire un kilowatt inquinante con un kilowatt pulito

La transizione energetica è già partita e richiederà anni per essere portata a termine. Molte sono le trasformazioni e le nuove risorse di cui si avrà bisogno. Alcune materie prime perderanno di importanza, tra queste il petrolio e gli altri combustibili fossili più inquinanti. Altre risorse invece diventeranno strategiche e funzionali al cambiamento: silicio, rame, argento, cobalto e tutte le cd terre rare. Al momento sembra che il prezzo di questa rivoluzione sia pagato principalmente da consumatori e imprese che subiscono una inflazione straordinaria e pagano un prezzo eccessivo per l’energia.